Mario nell’Italia dei diritti acquisiti.

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Non neghiamo l’evidenza: le speranze e, tecnicamente parlando, le aspettative di tutti noi riguardo a quello che mediaticamente è stato definito il governo dei professori sono state pesantemente deluse. Supermario in Senato aveva promesso rigore, crescita, equità e pare evidente che solo il rigore sia stato posto in atto. I metodi per raggiungere quell’agognato pareggio di bilancio che l’Italia, monarchica o repubblicana che sia, non ha mai veduto (quello della destra storica fu una mezza truffa) sono quelli visti e rivisti, simili a quelli post tangentopoli con l’eccezione di quella patrimoniale da ladrocinio che fu idea di Amato nel ’94.
Ma in fondo non erano queste le aspettative che ci hanno sempre indotto ad attendere il celeberrimo uomo della provvidenza? Non ho interesse alcuno nel difendere Monti o i suoi ministri, ma è necessario fare qualche riflessione sugli ostacoli che il Professore ha incontrato, e presumibilmente incontrerà, sulla propria strada.
Cominciamo da quello che è il problema maggiormente attuale, tangibile, pratico: la composizione dei rami del Parlamento è il risultato delle elezioni dell’aprile 2008, quelle che hanno regalato al PDL una maggioranza netta e hanno permesso a B., almeno fino allo strappo con Fini dell’estate 2010, di mandare avanti quello che dal ’94 è stato il suo solo e unico obiettivo politico: i propri interessi, finanziari e giudiziari. Se vogliamo fare una riflessione più generale, questo è il Parlamento dei Razzi e degli Scilipoti, il Parlamento degli opportunisti, dei venduti, dei nominati, dei vigliacchi. Cosa possiamo sperare per noi stessi se le proposte di Monti e del suo Governo dovranno essere votate, come prevede la Costituzione, da questi esseri? Gentaglia che in questi giorni ha avuto il coraggio di pretendere autonomia riguardo alla propria retribuzione, opponendosi in maniera grottesca al sacrosanto taglio non già dei loro innumerevoli privilegi, bensì della loro lauta diaria (che, ricordo, vale circa diecimila euro al mese).
Inoltre: è pura utopia pensare che per salvarsi da un default ormai vicinissimo e pergiunta devastante (pesa per l’enorme valore di 1900 miliardi di euro) quel rigore non debba essere totale e intransigente. L’Italia è una famiglia che, stando alle cifre, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, soprattutto negli anni ottanta. Finchè è esistita la possibilità di svalutare la propria moneta, il problema è stato rimandato, pur sempre con scarsa lungimiranza; ma con l’arrivo di una moneta comune e di una crisi straordinaria, il gioco non ha più retto. Se a questo aggiungiamo le previsioni di crescita più che deludenti (si parla anche di recessione per il 2012), la situazione è tutt’altro che rosea.

Scuse buone per Mario? Assolutamente no. Perchè, è innegabile, tanto si sarebbe potuto fare (e si dovrà fare) per mettere una pressione vera e soprattutto definitiva su chi mai ha contribuito al bilancio dello Stato e/o al suo progresso. Della piaga dell’evasione su Lo Sgamato si è già discusso, e c’è poco da dire in fondo, i dati parlano da soli: circa settantamila contribuenti che dichiarano più di 200mila euro e centomila auto di lusso (prezzo sopra i 100mila euro) in circolazione. Ma concentriamoci invece su chi, pur di difendere i propri interessi di parte, spesso frena lo sviluppo e la crescita del nostro paese. E’ l’Italia delle caste, l’Italia delle corporazioni, che ancora una volta hanno dimostrato di poterla avere vinta in ogni caso: dai succitati parlamentari, ai taxisti che hanno ottenuto il rinvio delle liberalizzazioni nel loro campo, agli avvocati, ai notai, ai medici, per cui ancora vige il patto di non controllo sopra una certa soglia di reddito (in pratica: se dichiari almeno un po’, la Finanza non ti disturberà). E’ anche l’Italia dei sindacati che farebbero di tutto, sembra, per non deludere i loro tesserati: poco importa se sono già in pensione, magari da anni, e hanno già maturato, a volte, entrate di gran lunga superiori a quanto versato nelle casse dello Stato. E i giovani? Noi giovani, di cui si fa un gran parlare? Non sarebbe più adatto in un momento di crisi puntare sulle nuove idee piuttosto che preoccuparsi delle rivalutazioni per le pensioni attuali? Pensioni che, probabile, vedremo solo dopo i cent’anni.

Io sono contro questa Italia dei diritti acquisiti. Diritti che sono stati concessi con troppa leggerezza, e la situazione attuale ne è la dimostrazione incontrovertibile e lampante!
Sebbene mi renda conto di quanto sia tecnicamente insormontabile l’ostacolo di quei parlamentari che mai voterebbero provvedimenti apertamente ostili a loro stessi o ai loro amici, mando un segnale a Monti: non guardare in faccia nessuno.

E con questo gli concedo molta, forse troppa fiducia; ma in una situazione come questa non vedo alternative. Posso solo sperare che gli interessi che persegue non siano i suoi, quelli della propria casta, quelli della propria parte, ma quelli dell’Italia.

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Inguaribili ottimisti.

Crisi, crisi e ancora crisi. Nessuna prospettiva, ambizioni negate, futuro rubato. Non c’è niente da fare, le previsioni sono desolanti, la situazione deprimente, i grandi obiettivi irraggiungibili.
Questa è la musica che suona in Italia da mesi (per alcuni, da anni), e invade tanto i telegiornali, almeno quelli degni di questo nome, quanto i quotidiani, le radio e i comizi, da quelli in una sala congressi a quelli da bar. Il discorso da bar è il secondo sport nazionale (spesso si accompagna al primo, che lo sovrasta da uno schermo poco distante).
Come lo vogliamo chiamare? Pessimismo? Mai! Ingenuo, tu che dai del pessimista a chi vede le cose come sono, a chi è informato, consapevole, conscio dei problemi e dell’alto prezzo delle soluzioni. Questa è la realtà: oggi non c’è nulla da fare, andiamocene da qui, non c’è futuro.
Questa è la conclusione agghiacciante: ci hanno rubato il futuro. Ma che significa? Il futuro non è, il futuro è qualcosa che ancora non si è realizzato, che non esiste, come si può sottrarlo a qualcun altro? Saltiamo l’ostacolo della retorica spicciola, dell’”ottimismo profumo della vita”, ragioniamo: è vero che ci sono tanti modi per limitare le ambizioni, le libertà dell’altro, e con questo negargli le possibilità di scelta, costringendolo su una via che non desidera o che, magari, ha sempre odiato; ma guardandoci intorno non possiamo non vedere le storie di tanti italiani che “ce l’hanno fatta”, che hanno costruito qualcosa d’importante, di forte, di significativo in questo paese e talvolta per questo paese.
Il dissertatore da bar, tetragono nel suo autoproclamato realismo, nella sua indimostrata oggettività, ci risponde: tutta roba vecchia, roba d’altri tempi, quando il sistema funzionava, quando si stava meglio: il boom economico, lo sviluppo inarrestabile, il tempo dei sogni realizzabili e realizzati; tutto quello che questa crisi si è portata via con sé. E al dissertatore o disertore dell’ambizione voglio rispondere io, e ha risposto Mario Calabresi in un libro molto significativo intitolato Cosa tiene accese le stelle [Mondadori Strade Blu], comparando l’Italia dei nostri genitori (precisamente: gli anni ’60-’70) a quella che stiamo vivendo nel 2011, e raccontando l’esperienza di persone che sono riuscite a seguire le proprie ambizioni, nonostante quegli ostacoli insormontabili di cui il dissertatore è convinto. Per dimostrare che tanto progresso è stato fatto da un’Italia di analfabetismo diffusissimo, condizioni di vita pessime, lettere (recuperate nell’archivio de La Stampa) in cui una madre quattordicenne chiedeva aiuto, in un italiano stentato, per potere crescere proprio figlio. E a parte i casi estremi (che rimangono tuttavia parecchio significativi) dimentichiamo forse cosa significasse un gesto “semplice” come scoprire, viaggiare, studiare all’estero, prendere un aereo per visitare una capitale europea. Oggi bastano anche solo 30 euro e una Carta d’Identità, si partecipa a scambi culturali, a stage… Il direttore de La Stampa racconta anche la propria esperienza in uno stage all’agenzia Ansa, al termine del quale l’unico consiglio che il suo datore di lavoro si sentì di regalare agli aspiranti giornalisti, fu del tipo: cercate un altro lavoro, non c’è più posto per voi in Italia. E la carriera di Calabresi smentisce immediatamente quelle parole da dissertatore-disertore.
Questo è un banale esempio, tra le tante belle (o brutte) storie che Calabresi ha fatto emergere dal passato, di cui noi ventenni spesso non possiamo avere memoria, ma da cui potremmo trarre esempio, per capire che non sono state tanto le condizioni di contorno a favorire uno sviluppo audace e galoppante, quanto la voglia di fare e la fiducia delle persone che in quello sviluppo credevano fermamente (cosa che è valsa tanto negli anni ’60 quanto negli anni recenti, vedi l’esperienza di cui sopra). Se partiamo dal presupposto che il nostro futuro sia nelle mani di qualcun altro, è assolutamente evidente che non andremo da nessuna parte. Vi sembreranno parole vuote, ma è logicamente vero che chi non ci prova almeno una volta, non otterrà mai nulla.
Certo sono il primo a rendermi conto che condizioni migliori possano aumentare di molto le nostre possibilità, e che in Italia si perseveri da anni nel garantire trattamenti preferenziali se non privilegiati a chi già ha acquisito dei propri diritti, senza curarsi minimamente di favorire chi intende fare qualcosa di nuovo, innovativo, diverso; chi è giovane e vuole intraprendere una nuova carriera, un’attività, ecc.
Ma è scorretto supporre che questi lacci che ci costringono in modo così forte siano davvero l’unico e il solo fattore determinante per il nostro futuro. E’ un’abitudine italiana quella di cercare scuse: come racconta anche nel suo recente intervento al Politecnico di Milano (merita attenzione!) alla domanda: “in quale misura il tuo futuro dipende da te, e in quale da fattori esterni?” i giovani statunitensi hanno risposto in media: “70% da me stesso, 30% da fattori esterni”; e non ci si stupisce che nella terra del sogno americano (che, è innegabile, è stato spesso distrutto; ma ancora sopravvive) i ragazzi abbiano risposto in questo modo. Ma se ci spostiamo in Europa, nei paesi latini, spesso molto diversi da quelli anglosassoni? In Francia la media è stata del 50-50: metà dipende da noi, metà dalle circostanze. E in Italia? Risultato opposto agli USA: crediamo che del nostro futuro solo un 30% dipenda da noi, il resto è già determinato, già indirizzato, è un po’ quel futuro rubato di cui si parlava.
Per quanto siano messe male le cose, non possiamo permetterci di affrontare le nostre esperienze in questo modo!

Questo non è realismo: realismo è solo conoscere la situazione, e agire di conseguenza. Chi sceglie di non agire rimane solo un pessimista. E allora io per differenziarmi da quei dissertatori da bar che vedono troppo nero nel futuro, mi dichiaro un inguaribile ottimista!

Qual è la destra? – Riflessioni politiche.

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Non tutte le sue previsioni sono state azzeccate, era comunque un giornalista e non un profeta, ma Indro Montanelli è stato, oltre ogni partigianeria, un grandissimo giornalista, e tra le sue riflessioni su Silvio Berlusconi (che, ricordiamo, ne provocò l’allontanamento da Il Giornale) ci fu la seguente: “La mia Destra non ha nulla a che fare con questa “patacca” di destra che ci governa”; inoltre affermò che Berlusconi avrebbe finito col togliere credibilità alla parola “destra” in Italia per almeno vent’anni.
E non posso negare che queste riflessioni siano ancora attuali, presenti, pressanti e gravi.
Questa non vuole essere una speculazione puramente ed esclusivamente ideologica in uno stile che in Italia ha già prodotto danni a sufficienza, soprattutto negli anni ’70: quello della contrapposizione fine a stessa, della difesa di una parola, di una bandiera che mi possa contraddistinguere dai miei nemici. Non voglio parlare di Destra in logica di parte o di partito; credo anzi che oggi la semplicistica domanda: “Sei di destra o sinistra?” sia priva di senso, in quanto non esistono più distinzioni generalizzabili tra progetti, programmi e propositi del centro-destra e quelli del centro-sinistra, almeno non secondo la classificazione a cui ci si riferisce sempre nel nostro Paese, quella fascisti-comunisti (distinzioni che invece sono ancora piuttosto evidenti se trattiamo delle ali “estreme”, più per l’estrema destra che non per l’estrema sinistra).
Invece pongo un quesito per così dire più generale, che vuole comprendere il concetto internazionale (europeo) di Destra che da circa vent’anni a questa parte ha preso piede nelle maggiori democrazie occidentali, modellandosi in (piccola) parte sull’esempio statunitense.
Che ne è in Italia della destra neoliberista, quella vera, concentrata in campo economico sullo sviluppo e sul progresso produttivo fisico, materiale; dalla parte del manifatturiero che, senza scadere in esagerazioni, è sempre stato l’anima della nostra economia? La patacca che ci ritroviamo viene ormai concepita (a ragione!) come l’espressione della finanza speculativa, il cancro assoluto del nostro sistema; o degli amministratori delegati che si spartiscono bonus a suon di milioni. E qui il contributo di un uomo con uno dei conflitti d’interessi più enormi che si siano mai visti è stato decisivo; una situazione che nelle altre “destre europee” sarebbe stata condannata senza dubbio alcuno; anzi: avrebbe impedito a un personaggio del genere di aspirare a un ruolo politico da subito.
Che ne è in Italia dei provvedimenti del welfare responsabili e consapevoli, smarcati da quelle utopie assistenzialiste che hanno prodotto veri e propri obbrobri nel nostro sistema pensionistico (i baby-pensionati, le pensioni d’oro, i posti garantiti, i vitalizi…), quelli che interessano il futuro della gente normale? Qui si vedono solo condoni, scudi fiscali, tentativi vergognosi di aggirare le regole dell’ordine costituito; che sono imperfette, certo, ma pur sempre necessarie per il funzionamento e il mantenimento della macchina statale che un uomo di destra ritiene, almeno nel suo modello teorico, essenziale per un progresso equo e giusto.
Che ne è in Italia di un obiettivo di equità intesa non passivamente, ma attivamente come compartecipazione alla cosa pubblica, se il leader di questa presunta destra ha praticamente elogiato (con le parole, ma molto più con i fatti) l’evasione fiscale, altra causa della paralisi italiana?
B. ha violato anche il tema della giustizia, prima espressione dell’ordine costituito (secondo una certa ideologia di sinistra), “regalandolo” al centro-sinistra, che forse paradossalmente ha tentato di gestire un ruolo di “difensore del sistema istituzionale” (passatemi il termine).
E adesso che il governo è caduto e a Palazzo Chigi ci sono i professori, riusciremo a veder nascere una nuova idea politica, una nuova voglia di confronto vero e aperto con i problemi reali? Saremo ancora sotto scacco di Silvio? Quest’UDC covo di indagati e pregiudicati, legata anacronisticamente alla Chiesa, dove ci può portare? E anche Gianfranco Fini, primo motore del declino di Berlusconi nell’estate 2010, darà segnali concreti per dimostrare di essersi smarcato definitivamente dai neri nostalgici pseudo-fascisti, dagli accordi di palazzo sottobanco, dall’intesa con personaggi come quello con cui fondò il PDL stesso?

Ma in Italia inevitabilmente, ogni volta che si cerca di rifondare la Destraeuropea” (o forse fondare? E’ mai esistita qui da noi?), emergono dal calderone quegli scarti inossidabili che furono causa dell’azione violenta degli anni passati: l’impeto reazionario, il mito fascista, sino alla xenofobia più becera (sotto forma di Lega Nord soprattutto; fattore comunque comune anche ad altri paesi europei.) Fattori che hanno preso il sopravvento sul vuoto totale di intenzioni concrete dei vari governi B., che sono stati sempre e comunque strumenti al servizio degli affari del loro padrone. Per questo B. ha tolto credibilità alla parola Destra: l’ha rubata per puri fattori di convenienza (nel ’93), l’ha sventolata contro il fantoccio comunista, finendo per svuotarla di ogni valore (che, si badi bene, non era molto positivo nemmeno in precedenza; ma avrebbe potuto acquisirlo, come ha fatto in altri paesi!).

Per questo oggi non so quale sia la Destra (degna di questo nome): perché non l’ho mai vista da vicino, non l’ho mai conosciuta; continuo a sperare che abbia un valore e sia realizzabile nel mio Paese.

Ricordati che devi morire!

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In questi giorni di crisi siete assaliti dall’ansia per il destino delle vostre ingenti partecipazioni in borsa? Lo spread del BTP ha un rating tedesco che minaccia i Bond a tripla A con un interesse disinteressatamente slegato dal Paese reale? Ci rendiamo conto di quanto sia faticoso sfamare, giorno dopo giorno, le boccucce affamate dei vostri numerosi e multicolori pargoli, e sappiamo quali e quante siano le vostre difficoltà con creditori, mafiosi, usurai e criminali vari. Vi vogliono morti e sepolti (se siete dei veri VIP potrebbero seppellirvi vivi, non si sa mai!) e il tran tran del cambio di residenza, identità, famiglia, amici e, nei casi più gravi, biancheria intima, vi stressa senza sosta. Anche i nervi più saldi possono saltare, anche lo spirito più solido potrebbe piegarsi (o spezzarsi di schianto). Ma Lo Sgamato è qui per aiutarvi e per sostenervi nel duro cammino del perseguitato o del fallito, e oggi proponiamo una pratica guida alla soluzione definitiva per tutti i vostri problemi: la fine del mondo.
Insomma, se quello che vi spaventa è il domani, se siete costretti a rinunciare a qualche sfizio malsano per il terrore di essere gambizzati la mattina successiva, se non potete comprare un’auto nuova perché il solo pensiero di vederla bruciata il giorno dopo vi mette a disagio, l’unica via è: credere ciecamente nella fine del mondo.
L’apocalisse, il Giudizio Universale, la fine di tutto e tutti, chiamatela come volete; tra diluvi, esondazioni, eruzioni, terremoti e maremoti, schiere di angeli trombettanti e altre terribili disgrazie, anche il più irreprensibile tra i papponi si dimenticherà di voi, pur di salvare la pellaccia.
Il succo della questione tutto sommato è l’arcinoto “se ci credi prima o poi si avvera”. E allora, suvvia, fatevi i vostri conti e scegliete la data più consona per concludere i vostri sporchi affari su questo mondo. Dopodiché? Nulla di più facile: dogmatismo, totale negazione dell’evidenza, discredito sulla scienza e fiducia cieca nell’imminenza della catastrofe!

Mille e non più mille. La più classica, la più consunta: condusse alla rassegnazione gli uomini pii degli ultimi anni del primo millennio, ma a quanto pare nessuno ebbe abbastanza fiducia. Altre interpretazioni possono essere: mille e non più altri mille (dunque la fine nel 1999); oppure un calcolo a partire dall’anno in cui fu scritto il libro dell’Apocalisse , 90-95 d.C., quindi potremmo fissare la data al 2090 circa!

L’ultimo papa. La profezia di Malachia, unita a quella della Monaca di Dresda, indica come fine ciclo la morte dell’ultimo papa. Siccome la lista si interrompe con un papa tedesco, successore di un papa dalla grande personalità, tutto fa supporre che l’ultimo sia il caro Benedetto XVI. Ergo tenete d’occhio il colorito del nostro beniamino e cercate di prevederne con sufficiente accuratezza la dipartita (se non fosse istigazione a delinquere, potrei suggerirvi di accelerare le cose, nel caso aveste fretta… ma non posso).

Nostradamus. Il profeta francese sarà anche infallibile ma a quanto pare non avete avuto abbastanza fiducia nemmeno in lui: aveva indicato come data certa il 1999 (il ritorno nel mondo del roi d’Angoulmois…)!

Il povero Harold Camping. Il pastore protestante statunitense soffre di cronica mancanza di considerazione, sono già tre le volte in cui ha fallito le proprie previsioni sul doomsday: nel ’94 e il 21 Maggio e 21 Ottobre 2011. Non mi pare in effetti di avere notato nulla di catastrofico (almeno su scala mondiale…)  da tre settimane fa a questa parte.

2012: Maya e affini! La previsione per noi più famosa, calcolata a partire dalle iscrizioni e incisioni scoperte sui monumenti di varie civiltà del centroamerica (principalmente i simpatici Maya) che pone come punto di decisa svolta il 21 Dicembre 2012. Almeno in questa occasione, credeteci!

Ci sono altre previsioni sulla fine del mondo, ma troppo distanti nel futuro perché possano interessare i vostri stringenti contrasti con la malavita organizzata. Potete consultarli qui!

Infine, se siete in pace con il mondo, se siete attaccati alle cose materiali che vi circondano, se volete ancora un po’ di tempo per conquistare la bionda (o il biondo!) di turno, o se magari siete proprio voi gli strozzini che devono ancora riscuotere i loro interessi stratosferici: devo deludervi.
La fine del mondo non perdona niente e nessuno. Meglio accettarla di buon grado e senza panico, seguendo l’esempio illuminante di questi avventori (da: Guida Galattica per Autostoppisti) o del buon Massimo Troisi in questa scena di Non ci resta che piangere.

Mai post-it sul frigo potrà essere più adatto, segnatevelo: “Ricordati che devi morire!

Dove va la carta stampata?

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A rischio di diventare pedante, ripeterò per l’ennesima volta la solfa sui cambiamenti piuttosto radicali (forse non fondamentali) che internet ha portato nelle nostre vite, per quel che riguarda tanto l’informazione e la comunicazione, quanto l’apprendimento e lo svago. In questa occasione mi concentrerò sul primo di questi quattro punti: informarsi.

Sì, informarsi e informare (se ci poniamo dal punto di vista degli addetti ai lavori) in un mondo che in tanti settori si muove alla velocità della luce, non è e non può più essere la stessa cosa di trent’anni fa.
Distinguiamo tre fasi nella nascita di una notizia: il primo passo è quello del giornalista che raccoglie elementi, testimonianze dirette, “indizi”; c’è poi la fase di trasmissione di questa notizia alla testata per cui lavora: può essere egli stesso a recarsi nel suo ufficio e a mandarla in stampa, oppure può inviarla attraverso differenti mezzi alla sede del proprio giornale o della propria agenzia di stampa; infine arriva la fase in cui la notizia si realizza per davvero (ovvero quando si manifesta al suo pubblico e fruitore finale): per un quotidiano, banalmente, la stampa e il trasporto nelle edicole.
Dove stanno i cambiamenti portati dalle potenti innovazioni degli ultimi anni? Non nella prima fase: per raccogliere le voci dei diretti interessati, per scovare la notizia sul campo, i tempi sono materialmente fissi; nemmeno nella seconda: certo fino a due secoli fa il mezzo di trasmissione di informazioni più rapido restava il messaggero a cavallo o un bastimento postale (via mare), ma il telegrafo prima e il telefono o fax poi non hanno tempi di gestione così penalizzati rispetto a e-mail o comunicazioni via internet.
La differenza sostanziale sta nell’ultima fase: oggi una notizia non ha bisogno di essere stampata per arrivare all’utente finale, che non deve aspettare la mattina successiva per leggere le notizie calde, ma attraverso la rete può seguire il loro evolversi ora dopo ora, o sui siti delle testate giornalistiche classiche o direttamente alla fonte (generalmente): le agenzie di stampa. Apriamo una piccola parentesi per ricordare che radio e televisione come mezzo di informazione live sono ben più antiche di internet, tuttavia hanno evidenti limiti nel tempo (a causa delle programmazioni pressanti) e di conseguenza nelle possibilità di approfondimento.

Dunque il problema è: qual è il futuro della carta stampata, se piuttosto che pagare per un prodotto che dopo metà giornata è già vecchio, possiamo consultare gratuitamente notizie aggiornate quasi in tempo reale?
A mio parere gli obiettivi da raggiungere per imporsi nuovamente come fonte d’informazione primaria sono due: attendibilità e approfondimento.

Attendibilità perché nel mare di notizie fasulle, sbagliate, incomplete e incongruenti che ci bombardano ogni giorno, è utile avere un faro, un punto di riferimento a cui aggrapparsi al sorgere di dubbi riguardo alle materie più disparate; purtroppo la stampa italiana spesso mostra lacune da questo punto di vista, differenziandosi ben poco dal mondo di notizie non verificate di cui prima. In particolare quando si tratta di scienza, ma da qui la malattia si allarga a altri campi, con giornalisti che si improvvisano giuristi, economisti o ingegneri, con risultati pessimi.

Approfondimento perché per quanto detto sopra, non ci può essere una concorrenza basata sulla maggior freschezza di notizie e indiscrezioni, contro internet e le varie agenzie che vi pubblicano i lanci recenti. Bisogna basarsi su altro: avere il coraggio (e la capacità, naturalmente) di discernere e scegliere i temi più importanti (o interessanti, si può indagare anche sui problemi minori di una singola città) e su questi costruire solide inchieste giornalistiche, e portare al lettore vari punti di vista, varie interpretazioni, varie opinioni, tutti elementi “in più” rispetto alla mole di dati (sugli eventi accaduti) che può essere consultata velocemente e comodamente anche e soprattutto online. Il lettore deve avere la certezza di avere tra le mani un giornalismo (un prodotto) di qualità, non un banale resoconto piatto e “insipido” dei fatti accaduti.

Questi sono a mio avviso gli obiettivi che la carta stampata (e più in generale il vero giornalismo) dovranno perseguire per fermare l’emorragia di lettori che prosegue senza sosta da ormai dieci anni. Perché senza attendibilità e approfondimento, tanto vale guardarsi il sommario del TG1. E ho detto tutto…

Nuovo Dizionario Sgamato / 2

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Come promesso, sebbene con significativo ritardo, torno a compilare il nostro Nuovo Dizionario Sgamato e ad aggiungervi voci ed espressioni riguardo a cui tenterò di indurvi a riflettere, e su cui cercherò di fare chiarezza. Nel primo articolo avevo spiegato cause e fini di questo piccolo progetto: denunciare pubblicamente l’uso e l’abuso sconsiderato e al di fuori del loro giusto contesto di termini e modi di dire (violenza perpetrata specialmente dai mass media), riportare al loro significato originale quei significanti che per pigrizia, moda o aperta necessità di mentire finiscono per fuorviare le nostre stesse opinioni in merito a ciò che ci circonda e ciò che ci interessa più o meno direttamente.
Perchè come Nanni Moretti insegna: “Le parole sono importanti!”

Ce lo chiede l’Europa
I recenti richiami (o imposizioni? O forse ingerenze?) degli organi di controllo dell’Europa unita hanno dato modo ai giornalisti di rispolverare il mitico: “ce lo chiede l’Europa”. Ma cos’è? Un’istituzione paternalistica? Una dispensatrice di consigli disinteressati? E’ importantissimo che si possa comprendere cosa stia sotto a queste richieste: sono dichiarazioni di qualche membro del consiglio europeo dispensate frettolosamente alla stampa, sono letterine consegnate in gran segreto ai governi nazionali, o piuttosto vere, formali, direttive comunitarie? Mischiare dichiarazioni di carattere diverso sotto questa espressione ha il risultato di confonderci riguardo al reale funzionamento delle istituzioni comunitarie (che sono più di una semplice entità che ci impone obblighi e doveri).

Costi della politica
Obiettivo: tagliare i costi della politica”. Ma perchè tagliare i costi di quello che è il cuore dell’amministrazione democratica dello Stato? I costi della politica servono per mantenere in funzione gli organi di governo a partire dai comuni fino al Senato. Tagliarli sarebbe pura antipolitica (nel suo vero senso; per un’opinione sul significato corrotto che la parola ha ormai acquisito, vi rimando alla prima parte del Nuovo Dizionario Sgamato): ciò che va tagliato sono i privilegi ingiustificati di cui godono coloro che fanno parte della macchina della politica, dai deputati sino agli assessori provinciali o ai consiglieri comunali! Ogni soldo speso per mantenere vivi gli organi della democrazia è speso bene, dunque il costo della politica è giusto; il nostro problema sono le sanguisughe che a quegli organi si sono attaccate e da cui succhiano risorse senza vergogna alcuna.

Popolo della rete
Internet ha assunto negli ultimi dieci anni un’importanza rilevante nella nostra vita (senza ombra di dubbio se ci riferiamo agli under 30): se alla fine degli anni ’90 era sconosciuto ai più, utilizzato sporadicamente e per obiettivi specifici e non programmati, oggi è in molti casi la prima (talvolta unica) fonte di informazione riguardo a notizie, progetti, avvenimenti, prodotti , aziende, persone, oltre ad essere strumento di comunicazione e interazione su più livelli (dai blog ai negozi online). Mi pare quindi ormai anacronistico continuare a parlare di popolo della rete quando si tratta di iniziative o avvenimenti nati e sviluppatisi su internet: gli utenti non sono più una nicchia di smanettoni (lo sono mai stati?) che passano i loro pomeriggi davanti a uno schermo intenti in attività di hackeraggio e pirateria, sono le stesse persone che incontriamo sulla metropolitana, al supermercato, con interessi, impieghi, attitudini e vite diverse tra loro. Nessuno parlerebbe mai di popolo della metropolitana o di popolo dei supermarket!

Facebook (ma non solo) e la privacy.

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Il pubblico de Lo Sgamato, giovane, simpatico e bello, con molta probabilità utilizza quel potente strumento di distrazione che è Facebook, e guarda ormai con diffidenza gli amici che scelgono di farne a meno e di tenersene lontani. Tra questi, tuttavia, c’è una larga parte di anti-Facebook, consapevoli, che non mancano di attaccare ferocemente i social network (e ovviamente il principe tra essi) e gli utenti ignari che vi si iscrivono. La critica ricorrente in molti commenti o post che mi è capitato di scovare girovagando per la rete, consiste nel ritenere che Facebook sia tra i peggiori strumenti di schedatura permanente dell’utenza, che viene inconsapevolmente privata dei più elementari diritti di privacy per fini commerciali; inoltre iscriversi ad un social network condurrebbe direttamente al “rendere visibile a infiniti paia di occhi indiscreti tutto ciò che facciamo nella nostra vita”. I maligni amministratori dei siti in questione, in pratica, violerebbero scientemente le nostre garanzie di riservatezza per frugare tra i nostri interessi, le nostre abitudini e le nostre consuetudini, e permetterebbero a malintenzionati stalkers di scoprire come si chiama la nostra fidanzata, dove vanno a scuola i nostri bimbi e cosa mangi il nostro gatto.
Tralasciando la voluta ironia, non nego certamente che il problema sia reale e tangibile. Anzi, credo sia più pressante di quanto gli stessi anti-social network possano pensare; ma proprio per questo bisogna approcciare la materia da un punto di vista radicalmente differente, quasi integralista.
La stessa parola rete ci dovrebbe fare intuire quello che il fondatore di Facebook, l’ormai celebre Mark Zuckerberg, ha detto senza alcun fronzolo: “la privacy su internet non esiste”. E questo non perché il crudele Zuckerberg ce la voglia sottrarre, ma perché è l’architettura stessa di internet, fatta di una connessione effettivamente a “rete” e non punto a punto (ricordiamolo, nacque proprio su richiesta dell’esercito statunitense per avere un sistema di comunicazioni impossibile da interrompere) a rendere possibile l’interconnessione tra le utenze; un server a un isolato da casa non è meno accessibile di uno posto agli antipodi. Per questo, passando alla pratica, non potremo mai avere la certezza che una foto, un video, un commento o un articolo come questo restino privati, nascosti agli sconosciuti, se li “lanciamo” dentro nel grande mare di internet. E’ folle pensare che una foto pubblicata su Facebook, per quante restrizioni alla privacy si possano impostare, sia al sicuro da sguardi indesiderati: un copia-incolla, l’immagine salvata da qualcun altro (magari in totale buona fede) e ne perdiamo definitivamente e irrimediabilmente il possesso e il controllo. Ergo? La soluzione è semplicissima: non pubblicare mai su internet ciò che non vorremmo finisse fuori dal nostro controllo; specifico fuori dal nostro controllo perché l’espressione: nelle mani sbagliate è del tutto fuorviante: come potremmo mai sapere quali potrebbero essere le mani sbagliate tra uno, cinque o dieci anni? Zuckerberg in fondo ci ha fatto un favore: ci ha detto apertamente che in un modo o nell’altro tutto ciò che mettiamo online può diventare pubblico. Basta saperlo.
Non si capisce dunque quali siano i timori dei nemici di Facebook, in fondo nessuno (per ora!) ruba informazioni dal nostro disco fisso; oppure se lo fa si chiama hacker e il suo è un reato punibile (punito?).
Apro una piccola parentesi per i fotografi compulsivi da festa o serata in discoteca: basta! Questo è uno dei principali rischi per chi si iscrive a un social network: gli amici che ci taggano ovunque, senza preoccuparsi del fatto che potrebbero infastidirci; vale sempre quello che ha detto G.B. Shaw: “Non fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, i loro gusti potrebbero essere diversi”.

Altro discorso riguarda invece in modo più ampio il sistema della rete (e non solo i social network): quello dei cookie e dello spyware. Ogni volta che navighiamo su internet con i nostri web browser (Internet Explorer, Mozilla Firefox, Google Chrome, Opera, ecc.) c’è uno scambio di informazioni tra i siti che visitiamo e, appunto, il nostro browser; il sistema serve ad esempio per l’autenticazione su un sito o per inviare informazioni di vario tipo (ad esempio quando clicchiamo su un prodotto in un negozio online per metterlo nel nostro carrello virtuale). Tuttavia non sempre lo scambio di informazioni è limpido e talvolta i siti che visitiamo “chiedono” al nostro browser di fornirgli tutti i dettagli sul modo in cui stiamo navigando, come e dove clicchiamo, che cosa digitiamo, eccetera. Questo generalmente al fine di raccogliere informazioni su ogni utente e in base a queste proporre pubblicità mirata e personalizzata (ricordiamo che i profitti milionari di Google ma soprattutto di Facebook sono basati sugli annunci pubblicitari); in certi casi si hanno invece dei biscottini apertamente ostili che cercano di carpire informazioni come password o in generale dati di accesso (si parla di spyware, non mi pare che su Facebook si sia arrivati a questi livelli).
Sebbene un pop-up in più non cambi la vita, si può riuscire fruttuosamente a inibire questi sistemi: per gli utenti Firefox ad esempio esiste un Add-On chiamato AdBlock che oltre a bloccare ogni finestra pubblicitaria ferma i cookie “spioni”; ad uno scopo simile serve anche Disconnect.

Per non saper né leggere né scrivere, infine, si può richiedere a Facebook di inviarci un elenco di tutti i nostri dati in suo possesso, e all’occorrenza chiederne la cancellazione (a norma di legge comunitaria).
Insomma “guardare da spettatori” la rete senza aprire al mondo una porta sulla nostra vita si può, basta essere consapevoli dei pericoli potenziali, ma soprattutto del fatto che ogni parola anche sussurrata sull’oceano internet difficilmente andrà perduta (e in base a questo decidere cosa dire, e cosa tenere per sé: nessuno ha ancora imparato a leggere nel pensiero). Per il resto sono pienamente convinto che i social network possano essere utilizzati in modo semplice, fruttuoso e utile, alla faccia dei detrattori che pensano servano solo ed esclusivamente per aggiornare lo stato ogni volta che si va in bagno o per soddisfare i propri istinti sessuali.

P.S.: i link a Wikipedia inseriti in questo articolo rimandano al sito in inglese dell’enciclopedia per via dello sciopero della versione italiana.